Disunione bancaria
Il Meccanismo unico europeo per la risoluzione delle crisi bancarie c’è, ma sarà perfezionato tra dieci anni. Stando all’intesa di massima raggiunta ieri sera dai ministri delle Finanze a Bruxelles, e che oggi sarà sottoposta ai capi di governo dell’Ue, l’Unione bancaria dunque avanza ma a ritmi (prevalentemente) tedeschi. Il passaggio è cruciale: secondo il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, l’Unione bancaria è infatti la riforma più significativa a livello comunitario dai tempi dell’introduzione dell’euro.
10 AGO 20

Il Meccanismo unico europeo per la risoluzione delle crisi bancarie c’è, ma sarà perfezionato tra dieci anni. Stando all’intesa di massima raggiunta ieri sera dai ministri delle Finanze a Bruxelles, e che oggi sarà sottoposta ai capi di governo dell’Ue, l’Unione bancaria dunque avanza ma a ritmi (prevalentemente) tedeschi. Il passaggio è cruciale: secondo il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, l’Unione bancaria è infatti la riforma più significativa a livello comunitario dai tempi dell’introduzione dell’euro. Per questo il ministro dell’Economia italiano, Fabrizio Saccomanni, si è deciso a scrivere una lettera dai toni fermi al collega tedesco, Wolfgang Schäuble, chiedendogli di non tentennare più sulla costruzione di una rete di sostegno comune in caso di fallimento bancario. La missiva, datata venerdì scorso, l’ha svelata ieri il Wall Street Journal; il quotidiano statunitense si è detto sorpreso che “ora anche l’Italia sia salita sul ring”. Saccomanni ha usato il termine “mutualised”, riferendosi ai rischi da “condividere” attraverso “risorse finanziarie comuni”. E’ questo il punto su cui Berlino fa più resistenza, come dimostrato ancora dalle trattative di ieri. Perché l’accentramento della Vigilanza sugli istituti in capo alla Bce è stato accettato, ma le regole da rispettare in caso di “risoluzione” delle banche in difficoltà, cioè di ristrutturazione ed eventuale smantellamento, ancora no. Non si tratta di questione meramente tecnica, considerato che – come ormai sanno bene i cittadini occidentali – per ogni banca che arranca o fallisce c’è spesso un contribuente che deve mettere mano al portafoglio. Il governo Merkel, però, punta i piedi: al contribuente tedesco non piace l’idea di poter essere chiamato, un giorno, a saldare i conti di un istituto di credito straniero. Da qui la battaglia in corso sul Meccanismo unico di risoluzione. Che deve essere unico a livello europeo e dotato di risorse comuni per intervenire tempestivamente in caso di necessità, secondo i più europeisti. Che deve rispettare le decisioni nazionali e pesare sui bilanci dei singoli paesi, invece, secondo i tedeschi.
L’accordo preliminare di ieri prevede che dal 2025 ci sarà un “backstop” (o rete di sicurezza) comune, finanziato attraverso tasse sulle banche. E fino al 2025, invece? Saccomanni ieri pomeriggio si diceva fiducioso, parlava di “un passo avanti”, e sosteneva che “un paracadute comune per garantire le risorse necessarie per fronteggiare situazioni di crisi” ci sarà già da subito. Il tutto grazie a “una struttura un po’ complessa perché si basa su un regolamento comunitario e su un accordo intergovernativo”, che quindi dovrà essere votato dai parlamenti nazionali. Per il Financial Times, invece, “le obiezioni di Berlino hanno prevalso”, perciò nel periodo di transizione si potrà accedere solo a finanziamenti nazionali oppure fare ricorso alle risorse del Fondo salva stati (Esm) ma a patto di accettare le condizioni e i vincoli annessi. Oggi e domani toccherà ai capi di governo stabilire se i progressi fatti sono sufficienti.
La valutazione del presidente del Consiglio, Enrico Letta, dovrà tenere conto di molteplici fattori. Non soltanto perché tra oggi e domani, oltre all’Unione bancaria, si decide pure la sorte dei “contratti per le riforme” voluti da Angela Merkel (vedi l’intervento di Angelo De Mattia a pagina tre). E quindi il fronte franco-italiano sarà legittimato a resistere di più ai desiderata tedeschi in caso di accordo monco sull’Unione bancaria, osservano fonti diplomatiche. Ma anche perché, ricordava ieri Francesco Giavazzi sulla prima pagina del Corriere della Sera, le banche italiane corrono un altro rischio.
La valutazione del presidente del Consiglio, Enrico Letta, dovrà tenere conto di molteplici fattori. Non soltanto perché tra oggi e domani, oltre all’Unione bancaria, si decide pure la sorte dei “contratti per le riforme” voluti da Angela Merkel (vedi l’intervento di Angelo De Mattia a pagina tre). E quindi il fronte franco-italiano sarà legittimato a resistere di più ai desiderata tedeschi in caso di accordo monco sull’Unione bancaria, osservano fonti diplomatiche. Ma anche perché, ricordava ieri Francesco Giavazzi sulla prima pagina del Corriere della Sera, le banche italiane corrono un altro rischio.
Sostiene Giavazzi, infatti, che quelle discusse finora – incluso il fondo finanziario comune per fronteggiare le crisi bancarie – sono “questioni secondarie” dell’Unione bancaria. Il “vero problema” è “come verranno valutati nel nuovo assetto di vigilanza europea, che verrà inaugurato il primo gennaio, i titoli pubblici posseduti dalle nostre banche (circa 400 miliardi, il doppio di due anni fa)”. Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, nelle scorse settimane ha detto che i titoli di stato non sono “risk free”, come dimostra il caso Grecia: non è più garantito infatti che gli stati onorino il loro debito pubblico. Il pendant di questo ragionamento è il seguente: le banche che hanno in bilancio troppi titoli di stato emessi da governi dal rating non impeccabile devono rafforzare il loro capitale oppure vendere in blocco quei titoli. Un modo nuovo di guardare ai bilanci degli istituti di credito che però penalizzerebbe soprattutto le banche italiane e spagnole, piene di bond di Roma e Madrid. Il presidente Weidmann, dice Giavazzi, in teoria ha ragione, “ma dimentica un fatto”. E cioè che il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, diciotto mesi fa introdusse il programma di acquisti condizionati di titoli pubblici (Outright monetary transactions) proprio “per evitare che in alcuni paesi un default sia prodotto semplicemente dall’aspettativa che esso possa verificarsi”. In altre parole, secondo l’economista della Bocconi, non va ipotizzato – anche soltanto come esercizio intellettuale – un haircut del debito pubblico italiano, con annesse conseguenze nefaste sui bilanci bancari. Ciò equivarrebbe a ritenere nullo l’impegno di Draghi a “fare tutto il necessario” per l’euro. Per “farsi valere”, dunque, Letta adesso deve ottenere che il Consiglio europeo “stabilisca che i titoli pubblici emessi dai paesi dell’euro sono soggetti a un rischio di mercato ma indenni da un rischio di default”. In modo tale che “le istituzioni che intendono tenere titoli di stato fino alla data di scadenza non devono accantonare capitale”. Altrimenti sarà stato inutile anche tutto il battagliare di Saccomanni negli ultimi giorni.